RIARIO E PELLEGRINA

Da un misterioso fatto di
cronaca nera del 1598

1. Una nobildonna giunta da Firenze

La notizia della tragedia giunse a Bologna nell'agosto del 1598, l'intera città ne fu frastornata.


Il castello sforzesco di Bagnara

La carrozza della contessa Pellegrina Bentivoglio Manzoli, mentre attraversava il fitto bosco di Bagnara di Romagna, si era improvvisamente ribaltata ed era precipitata nella palude sottostante, scomparendo nel profondo dell'acqua stagnante e melmosa. Con lei erano morti il cocchiere e le due dame di compagnia.


 Bianca Cappello ritratta da
Alessandro Allori

Pellegrina era forse il personaggio più famoso dell'alta aristocrazia bolognese del tempo: sua madre, Bianca Capello, dell'illustre casato dei Morosini di Venezia, aveva sposato, prima, Pietro Bonaventuri (Padre di Pellegrina), vivendo con lui per anni alla corte fiorentina, poi, morto il marito, era diventata la First-Ledy di Toscana avendo sposato nientemeno che il granduca Francesco I de' Medici.

Fu in questo periodo che Pellegrina, appena tredicenne, era stata impalmata da Ulisse Bentivoglio Manzoli, noto ovunque non solo per la nobiltà del casato, ma anche per i successi che oggi chiameremmo sportivi, essendo il più spettacolare e più richiesto cavaliere di giostre e tornei che si svolgevano nelle corti italiane.

Note 1

Si tratta dell’attuale via Belle arti, dove tuttora esiste Palazzo Bentivoglio, fra le vie delle Moline e Centrocento.

Nota 2

Fu durante una scampagnata a Poggio a Caiano che entrambi i Granduchi furono colti da malore improvviso dopo la colazione ed entro pochi giorni morirono. Sembra che il fatto sia stato effettivamente accidentale, anche se Francesco de' Medici, sposando Bianca Cappello, sua amante, non si era certo attirato le simpatie dei familiari e della corte per cui l'eventualità di un avvelenamento doloso può anche essere possibile.

Nota 3

I quattro versi sono tratti dal sonetto dedicato a Pellegrina dal musicista toscano Fabrizio Corso.

Si vuole sottolineare al riguardo che tutte le altre poesie inserite in questo racconto non hanno alcun riscontro storico, ma sono esclusivamente ideazione dell’autore, per motivare la trama del racconto, di cui esse sono il filo conduttore.

Pellegrina aveva continuato a vivere col marito a Firenze, e lì, si era abituata ad una vita cortigiana di lusso e di cultura, che trasferiva a Bologna, le non rare volte che vi veniva, soggiornando nel grandioso palazzo che i Bentivoglio avevano in Borgo della Paglia (nota 1).

Solo nel 1587, alla morte improvvisa e contemporanea del Granduca e di Bianca (nota 2), Pellegrina ed Ulisse si erano trasferiti definitivamente sotto le Due Torri, essendo caduti in disgrazia presso il Cardinale Ferdinando de' Medici, nuovo signore di Firenze.

Giungendo a Bologna, Pellegrina divenne ben presto la più corteggiata dama dell'epoca, e ciò non solo perché era di un'avvenenza indescrivibile, ma anche perché seppe, nel decennio che visse a Bologna, vivificare lo spento ambiente aristocratico della città, ormai avviato da tempo ad un inesorabile declino, per la mancanza di una corte raffinata e colta come quella fiorentina, milanese, napoletana o anche della vicina Modena.

 

«Luci beate ove s'annida amore,
vivi raggi del sol, dolci facelle,
che le più gelide almi e le più belle
infiammate di santo e puro ardore...

 

Così diceva di lei un poeta del tempo (nota 3) e i versi, anche se sfacciatamente cortigiani, hanno comunque una loro freschezza sentimentale.

Aveva trentaquattro anni quando morì ed era quindi nella piena maturità, anche se in quel tempo, per una donna, la giovinezza e la bellezza tramontavano presto, essendo la mezza età (e la vecchiaia) vissute nella loro pienezza solo dagli uomini; ma Pellegrina faceva eccezione: aveva occhi grandi, neri e dolcissimi, il viso delicato e roseo nella carnagione, il naso regolare e «alla greca»; I capelli castani le scendevano a folti riccioli fin sulle spalle e la fronte alta era segno di viva intelligenza e spirito aperto.

2. Gli affreschi dei Carracci a Palazzo Magnani


Palazzo Magnani

Una delle tante manifestazioni mondane a cui Pellegrina Bentivoglio aveva partecipato, fu quella a Palazzo Magnani nell'ottobre del 1592.

I padroni di casa avevano organizzato una splendida festa per inaugurare gli affreschi dei Caracci che ornavano la sala nobile del palazzo. Erano presenti i massimi rappresentanti dell'aristocrazia bolognese che facevano quasi ressa attorno agli autori dei dipinti, sia per complimentarsi della bellezza dell'opera, sia per commentarne gli aspetti, sia per saggiare il terreno per eventuali commesse.

Quando il maggiordomo annunciò il conte Ulisse Bentivoglio Manzoli e Donna Pellegrina, l'attenzione di tutti si trasferì all'istante ai nuovi venuti, e specie la Contessa venne subito circondata da quegli stessi che prima facevano corona agli illustri pittori.


Agostino, Ludovico e Annibale Carracci

«Signori, signori - pregò con un largo sorriso Pellegrina - lasciate almeno che anch'io ammiri l'opera dei grandi Maestri bolognesi e li onori come meritano, perché credo che oggi e con essi l'arte fiorentina sia stata sostituita da quella che loro hanno inaugurato.»

Ludovico Carracci non nascose il proprio imbarazzo nel vedere così celebrata con una semplice frase l'arte sua e dei suoi cugini e Pellegrina, prendendolo sottobraccio, volse lo sguardo ai soffitti della sala indicandoli a mano aperta:

«Maestro - gli disse - invece di essere imbarazzato dal mio complimento, dovreste esserne invece inorgoglito. E da tempo che non vedo nascere simili capolavori e se gli artisti bolognesi sapessero carpirne il senso estetico e farlo proprio, non vi è dubbio che la nuova scuola pittorica italiana troverebbe feconda sede in questa splendida città, sostituendosi a quella ormai appannata di Firenze. Solo il tempo dirà se il mio pensiero è giusto.»


Il fregio dei Carracci a Palazzo Magnani

Invece di superare il proprio imbarazzo, Ludovico sembrò ancor più intimidito:

«Per la verità, Contessa, fra gli allievi della nostra scuola molti promettono grandi cose. Per quanto riguarda me ed i miei cugini, cerchiamo di lavorare al meglio e da oggi, sapendo che voi siete fra i nostri ammiratori, avremo nuovo impulso e ispirazione.»

Assisteva a quel discorso fra Pellegrina e Ludovico Carracci, il senatore Flaminio Malvezzi, uomo affascinante e sempre alla moda.

«Se avessi una musa come la Contessa Bentivoglio - disse intromettendosi ma non in modo importuno nel colloquio - diventerei pittore anch'io e andrei ben volentieri alla scuola dei Carracci...»

 
Ritratto di Guido Reni
eseguito dal Cantarini

«Il complimento è gradito, signore - sorrise Pellegrina - e vi ringrazio; ma il vero artista è tale perché così nasce, e non perché qualcuno, anche importante quale voi siete, ha per lui ammirazione. Non sembra anche a voi, ser Ludovico?»

La citazione del Reni in merito all’arte e all’ispirazione, merita di essere riproposta: “L’ispirazione – diceva - non esiste: l’arte, per me, è stato un continuo disegnare… migliaia e migliaia di mani, piedi, nasi, bocche, occhi, dipinti sempre, continuamente ovunque, per imparare…” E ancora: “Io non sono come quelli che dipingono le figure con lo sfondo buio… quelli vogliono nascondere la loro incapacità di usare la luce per dare luminosità ai secondi piani…”

 

«Mai come oggi, contessa, provo con tanto piacere l'essere posto in imbarazzo. Io, proprio io, dire il perché nasce un artista? Se fossi Guido Reni (nota 4), di cui è nota la vanità, parlerei per ore ed ore... Ma sono solo un Carracci e spero che al posto mio parlino le opere che faccio.»

«Grande e modesto... - Concluse Pellegrina - Un ottimo binomio per un ottimo pittore. Complimenti, ser Ludovico.»

Il dialogo finì e la donna si avviò verso il tavolo del rinfresco.

«Posso servirvi io, contessa?» Chiese il conte Malvezzi con sincera galanteria.

«Certo. Avere un cavaliere tanto amabile è per una dama vero piacere.»

Pellegrina osservò con attenzione Flaminio Malvezzi. Era attorno alla trentina ed era indubbiamente un bell'uomo. Alto e slanciato, era rosso di capelli ed il viso, punteggiato da accentuate lentiggini, mostrava una spontanea simpatia. Le spalle erano larghe e ben piazzate, la vita snella, e le mani molto belle; forse per questo le lasciava nude, senza guanti e con un solo anello all'anulare destro, per valorizzarle ancor più lasciandole prive di eccessivi ornamenti. Al contrario, i suoi vestiti erano, per il gusto di Pellegrina, un po' troppo azzimati, ma il portamento dell'uomo, disinvolto e fatto di atteggiamenti sempre contenuti, limitava alquanto l'eccentricità dell'abito e l'abbondanza dei pizzi.

3. Uno strano turbamento

Quando il ricevimento finì e i Conti Bentivoglio salirono sulla portantina per tornare al loro palazzo, Pellegrina si accorse di pensare, e in modo piacevole, alle galanterie del giovane e al fatto che, durante la festa, l'aveva seguita come un ombra, sempre pronto a servirla e a discorrere con lei su ogni argomento.

«Che stupidaggine! - pensò quasi svegliandosi da un attimo di smarrimento - Come se fosse la prima volta che qualcuno mi omaggia... Simpatico, però, con tutti quei capelli rossi fiamma e con quel viso lentigginoso... Ma via! Mi sto lasciando andare per una cortigianeria da due soldi... Non pensiamoci più.»

4. Vita di una nobile famiglia


Una famiglia Bolognese del ‘500
(“La famiglia Tacconi” di Lavinia Fontana-

Negli anni seguenti, Pellegrina continuò la sua vita bolognese, dedita sì a feste, ricevimenti e salotti, ma soprattutto ai cinque suoi figli: Alessandro, Giorgio, Francesco, Maria Vittoria e Bianca.

Alle due femmine destinava gran parte delle proprie attenzioni, perché, essendo figlie d'alto lignaggio, dovevano essere pronte ad acquisire le doti necessarie ad accasarle in famiglia di pari nobiltà. Ma non mancava di assistere il marito Ulisse nell'allevare i maschi che, come linfa vitale del casato, dovevano anch'essi recepire lo spirito necessario per affrontare il loro futuro: al maggiore, Alessandro, era ovviamente destinato il nome e la fortuna dei Bentivoglio, il che facilitava le cose; per gli altri, invece, occorreva trovare strade diverse e mentre il secondogenito Giorgio veniva introdotto alla corte fiorentina, Francesco era avviato alla carriera ecclesiale.


Palazzo Bentivoglio
in via Belle Arti-

Il rapporto con Ulisse era quello che il ruolo di nobildonna le richiedeva: doveva essere dedita alla famiglia e lo era; doveva accompagnare con dignità e decoro il capo del casato e lo faceva; doveva ricevere gli ospiti come prescriveva il protocollo e cosi si comportava; doveva generare figli, e li aveva fatti. In quanto all'amore, era difficile per Pellegrina, sposa a tredici anni e madre cinque volte fino a ventidue, sapere o distinguere se ciò che provava per Ulisse lo fosse. Di certo c'è che se essa aveva un rammarico nella vita, erano le continue assenze del marito che, vuoi per il fatto che gareggiava ovunque nei tornei, vuoi perché veniva incaricato di missioni diplomatiche, era molto spesso e per lungo tempo lontano da lei.

Tali assenze, oltre ad amareggiarla, ringalluzzivano i nobili cortigiani bolognesi, intenti ovviamente ad una conquista che, proprio per la sua eccezionalità, sarebbe stata per essi motivo di massimo orgoglio. Senza contare che Pellegrina, nonostante i cinque figli ed i trent'anni e passa che aveva, era rimasta una donna splendida ed avvenente.

Ma i corteggiatori rimanevano tali e nessuno potè mai vantare di aver avuto una relazione con lei. Solo uno l'avrebbe potuto fare, ma pur avendo conquistato il cuore di Pellegrina ed essendo stato da essa conquistato...

5. Le prime rime d’amore (nota 5)

Nota 5

Inizia da questo capitolo l’aspetto non documentato della storia qui narrata, che è pertanto pura invenzione dell’autore: essa è stata ispirata da fatto che Gino evangelisti nella sua rievocazione della vicenda («Pellegrina Bentivoglio, una fuggitiva da romanzo .... e la sua discendenza» nella Strenna storica bolognese del 1984) parla soltanto di rapporti epistolari tenuti da Pellegrina con un amante ipotetico e non accertato di nome Riario.

Il primo biglietto Pellegrina lo trovò legato al collare del suo cagnolino.

Fiero sono d 'amarti, Pellegrina.
L 'aspetto mio ti è sconosciuto
anche se spesso tu mi sei vicina
mentre ti ammiro, rimanendo muto.

 

In quale cosa spero, ti chiederai.
Non so, di nulla sono e sarò sicuro!
In te, io spero, e non dispero mai.
Oggi ti amo, così domani, te lo giuro!

Il madrigale, firmato Riario, era indubbiamente un po' melenso e forzato nelle rime, per cui lasciò Pellegrina del tutto indifferente; anzi, nel leggerlo essa ebbe un sorriso di ilare compassione per chi l'aveva scritto.

Ma da lì a poco le cose si complicarono, perché l'ignoto corteggiatore, questo Riario, cominciò a scrivere poesie praticamente ogni giorno, facendole giungere a Pellegrina segretamente e nei modi più impensati, tanto che per essa, trovare il foglietto, ora nella portantina quando usciva, un'altra volta nella tasca di un abito al ritorno da un ricevimento, talora ai suoi piedi quando faceva salotto, insomma dovunque, era quasi diventata un'abitudine e, sebbene il suo parere sulle capacità poetiche dell'ammiratore non fosse cambiato, tuttavia le rare volte in cui non riceveva un suo messaggio d'amore (o non l'aveva rinvenuto) se ne rammaricava, come se avesse perso un istante lieto della sua vita.

Forse il tuo cuore d'amore avaro
lasciar vuole senza speranza alcuna
anche colui che ti è più caro;
ma di tali speme dammene una,

illusione che sia oppure affanno.
Non vedo, credimi, altre che te
in questo mondo e, triste, inganno
ogni istante chiedendomi perchè.

Le sensazioni che Pellegrina provava verso l'ignoto poeta andarono così pian piano mutando: l'indifferenza divenne curiosità, l'ironia interesse e la contrarietà piacere.

Falso è colui che t'ama e si rivela.
Lealtà vuole per te la segretezza.
Amore vero è quello che non svela
minimamente la propria contentezza.

Il dolce, fremente suono della lira,
non lo si può vedere né toccare.
Io sono per te quel suono… ammira
ogni nota e lasciala suonare.

E Pellegrina lo lasciava infatti suonare, né poteva fare diversamente; e cosi quei versi, da melensi che erano, divennero per lei sempre più melodiosi e apprezzati, tanto che il desiderio di conoscere chi li scriveva si trasformò quasi in ragione di vita, anche se ancora in second'ordine rispetto alle sue occupa­zioni di madre, moglie e padrona di casa.

6. Un mistero che turba ed affascina

Il tempo scorreva... Apparentemente Pellegrina non era cambiata, nonostante il nuovo sentimento che sempre più incideva sul suo spirito e sul suo stato d'animo. La prima ad accorgersi che in lei qualcosa stonava, fu la figlia Bianca, ormai entrata nella sua piena femminilità e quindi più propensa a carpire i mutamenti sentimentali delle donne. Cercò quindi di portare la madre sull'argomento, ma Pellegrina non volle o non potè dire niente, anche perché era molto difficile per lei capire se l'infatuazione che provava fosse reale o se si trattasse di un momento di smarrimento dovuto al mistero che circondava l'ignoto corteggiatore

Il dilemma si sarebbe chiarito se Riario si fosse presentato: solo allora Pellegrina avrebbe potuto decidere, non tanto nel vederlo (l'aspetto in fondo poteva avere, a questo punto, ben poca importanza), quanto nel verificare se quelle poesie - belle o brutte che fossero - nascevano da un cuore effettivamente innamorato, oppure se erano il malsano tentativo di uno dei suoi tanti corteggiatori per giungere ad un'ambita conquista e basta.

Pellegrina, in verità, per rispetto del suo amor proprio e del suo orgoglio di donna, più che sperare, era convinta che Riario l'amasse veramente, ma capiva bene che un conto è convincersi ed un altro è comprovare tangibilmente la propria convinzione.

 

Fammi la grazia, donna giammai mia.
lasciati amare da colui che t'ama.
Aiuta il mio pensiero a portarti via,
memore di chi da tanto tempo chiama.

Immagino d'averti qui con me,
nel dolce sussurro d'un bacio ardente,
in un sogno che solo sogno è,
o in istrana realtà che non ha niente.

Aveva cercato di scoprire chi fosse il poeta, ma non tanto con un’indagine vera e propria, quanto abbinando il contenuto dei madrigali alle perso­ne che generalmente frequentava. Non era servito a nulla: o i versi erano veramente arcani, tanto da non volere appositamente rivelare il loro autore, oppure gli uomini con cui veniva a contatto nascondevano il proprio senti­mento in modo impenetrabile.

7. Un incredibile desiderio d’amore

Il desiderio di conoscere Riario si andava sempre più accentuando in Pellegrina, ma se dopo le prime missive poetiche, esso era determinato dalla naturale curiosità che provano tutte le donne per chi ha per esse un amoroso interesse, ben presto quel desiderio si era trasformato in un sentimento molto più intimo e personale.

Forse tu speri di svelare tosto
l'arduo mistero che celano i miei versi.
Abbi pazienza, amor, resto nascosto,
mentre tu soffri, per rendere più tersi

i magici momenti in cui, davanti a te,
nel nome dell'amore, dirò chi sono.
Io pure temo e bramo ciò, perchè
or più che mai tu sei d'Iddio un dono.

Pellegrina, semplicemente, si era innamorata, pazzamente innamorata di un uomo che non aveva mai visto e ciò suscitava in lei sensazioni e passioni contrastanti: talvolta, specie nella silenziosa solitudine di un momento di intimo abbandono, essa pensava affascinata a quel mistero tutto suo che tanta gioia le procurava; altre volte, e ciò quando il suo tran-tran quotidiano diventava una noiosa ed inconcludente abitudine, veniva travolta dal desiderio più sfrenato di veder finalmente apparire il suo uomo e di fuggire per sempre con lui; quando invece era immalinconita - cosa che le capitava sempre più di frequente - sentiva in sé una profonda angoscia, immaginandosi che, nello stesso istante in cui avrebbe scoperto chi fosse l'ignoto corteggiatore, l'avrebbe perso irrimediabilmente e paragonava tale eventualità ai petali della rosa che proprio quando è più bella appassiscono e cadono, o ad un diamante che si polverizza nel momento del suo incastonamento nell'anello.

Poi subentrò in Pellegrina un altro sentimento: la paura. Cosa sarebbe infatti successo se il suo amore, ormai profondamente maturo, avesse trovato il modo di esprimersi al di fuori delle sue intime sensazioni o se, quando l'arcano fosse stato svelato, lei si fosse abbandonata a lui come una qualunque donna al suo amante?

Forse paura avrai di ciò che porterà
la nostra passione dolce, ma celata.
Anch'io non so quello che accadrà,
ma quando a te la vita mia sarà svelata,

immagino la dolcezza del momento.
Nessun timore, nessuna titubanza
infirmerà il nostro sentimento.
Ogni dì, fra noi, minore è la distanza.

 

Finirà tutto, quando, a te svelato
chi son, non  resterà che la bufera?
Accogli ciò che viene, scegli l'amato,
mostra a tutti qual'è la vita vera.

In ogni piacere c'è l'avventura,
nella passione si supera il dolore,
il viver bene vien dopo la paura.
Opponi quindi al gelo il mio calore

Quante donne nobilissime, che lei stessa conosceva, avevano favoriti e cicisbei con cui passare ore ed ore di abbandono! Quante avevano amanti con cui trastullarsi, forse senza neppure trovare vero piacere! Ma la sua situazione era molto diversa: l'amore che provava non sarebbe stato un passatempo tollerabile e quasi scusato; esso andava ben oltre ed il vero pericolo era di esserne travolta, portando scandalo alla sua famiglia ed ai suoi figli.

8. Il sospetto

Fade che rilucente calore dà
laddove tremolante viene accesa,
accetta questi versi, dolcissima beltà,
mentre - lo so - sei in titubante attesa.

Io solo godo del tuo viver caldo,
nelle sere fredde dell'incipiente inverno,
io solo alla tua luce resto saldo
ogni volta che il buio sembra eterno.

I messaggi d'amore di Riario durarono mesi e mesi senza che lui mai si rivelasse all'innamorata.

Se in un primo tempo solo la figlia Bianca ebbe a percepire il cambiamento di Pellegrina, ben presto tutta la famiglia se ne rese conto, e non perché i comportamenti della donna fossero diversi da quelli usuali, ma perché a nessuno più sfuggivano gli attimi di trasognato smarrimento che via via si ripetevano in lei nei momenti più strani e, spesso, meno indicati. Da cosa, però, fossero determinati, nessuno poteva saperlo.

In casi simili, quando cioè in casa Bentivoglio una qualche contrarietà sembrava incrinare il normale ordine delle cose, i membri maschi della famiglia si riunivano, come per tener consiglio e provvedere. E fu così, che una sera del luglio 1598, Ulisse Bentivoglio convocò nel suo gabinetto privato i propri tre figli.

Tutti convennero di aver notato come la contessa fosse da non pochi mesi molto diversa.

«Per fortuna - osservò il primogenito Alessandro - che in occasione di importanti avvenimenti dove tutta le famiglie senatorie sono riunite, nostra madre non dà segni di squilibrio ed anzi, agisce secondo il protocollo e con lo spirito che l'è doveroso.»

«In casa, però, è molto diversa - ribatté il chierico Don Francesco - e ciò desta in me molta preoccupazione, perché sono molti i casi in cui le Sacre Scritture affermano che Satana entra nell'anima, recando ad essa un 'insensibile indolenza verso le cose che la circonda, alfine di estraniarla dalla santa venerazione in Dio. E quindi necessario provvedere quanto prima a scoprire cosa è che travaglia nostra madre e, se del caso, risanarne la mente.»

«Sono d'accordo - confermò Giorgio, il secondogenito - anche se dovremo agire con la massima riservatezza, sia per non turbarne ulteriormente lo spirito, sia per non fare trapelare la cosa e creare uno scandalo.»

La discussione si protrasse ancora, citando casi specifici, verificando quanto erano più intense queste astrazioni mentali di Pellegrina e come si presentavano. Fu quindi deciso che la madre fosse sempre sorvegliata o da familiari stretti o da alcuni ben identificati servi di fiducia, ai quali però occorreva solo dire quello che dovevano fare, senza motivarne le ragioni.

È ciò fu fatto. Da quel giorno, Pellegrina fu sempre spiata e guardata e fu così che la storia dei biglietti ch'essa ritrovava ovunque e che leggeva di nascosto, venne a conoscenza dei familiari.

Fu a questo punto riunito un nuovo consiglio di famiglia.

«Credo figli miei - disse Ulisse - che vostra madre sia in corrispondenza amorosa con un estraneo. Non è altrimenti spiegabile il continuo suo ricevere messaggi. Non ne conosco ancora il contenuto, perché non so dove li nasconde dopo averli ripetutamente letti, ma la mia impressione è che la cosa sia molto, ma molto grave.»

«Sì - convenne Alessandro - e sarà opportuno trovare quei biglietti e provvedere a scoprire chi li scrive. L'onore della famiglia è in ballo e non si può certamente sorvolare su un fatto tanto scandaloso.»

«Prima di giudicare - volle correggere Giorgio - sarà bene contare su delle prove più concrete Avere un cavalier servente, non significa affatto offendere l'onore della famiglia, anzi, in certi casi lo può anche valorizzare. Andiamo cauti, quindi...»

«Ha parlato il cocco di mamma - l'interruppe Francesco - Queste sono azioni comunque contrarie alla moralità cristiana ed al buon nome di una madre di famiglia. Occorre scoprire tutta la tresca, questo è vero, ma per usare poi la massima severità...»

«Se io sono il cocco di mamma, tu lo sei di preti e suore - gli rispose Giorgio - e ciò è molto peggio...»

«Calma, calma - intervenne il padre - ciò che si dovrà fare lo vedremo poi. Ora occorre cercare quei biglietti, vedere cosa vi sta scritto sopra e sapere chi li manda... Mi raccomando la riservatezza.»

9. In attesa dell’incontro…

Mentre la carrozza attraversava il bosco di Bagnara e la fresca aria del pomeriggio inoltrato entrava dai finestrini, Pellegrina ripensava all'ultima poesia ricevuta.

Finalmente giunse a noi, innamorati,
l'ora dolce in cui c'incontreremo.
Alcuni giorni ancora e i dì sognati
mostreranno chi sono e insiem staremo.

In luogo lontano da Bologna
nella quiete estate di campagna,
in fin sarà ciò che il tuo cuor sogna.
Ove tu sarai, a me sarai compagna.

Il momento era quindi giunto. Riario sarebbe venuto a lei e si sarebbe finalmente presentato. Aveva scelto anche il momento più opportuno, quello delle ferie che lei andava a godersi lontano dalla città e dalla sua famiglia. Era stato il marito Ulisse a proporle di andare in vacanza:


Carrozza cinquecentesca
(Guercino)

«Cosi vi riposate un po' - le aveva detto – Mi sembrate infatti  da qualche tempo molta affaticata. Vi recherete alla villa di Bagnara e lì starete con qualche vostra dama di compagnia, e godrete il fresco e l'aria buona della campagna. Io ed i figli vi raggiungeremo non appena ci sarà possibile.»

«Come voi volete - aveva risposto Pellegrina - ma non mi dispiacerebbe che venissero con me anche Maria e Bianca.»

«No, le nostre figlie resteranno a Bologna. Vi allontano dalle beghe di famiglia, per farvi riposare; se ve le portate dietro non vi servirà a nulla. Preparate quanto occorre e partite.»

La volontà del marito di trasferirla in campagna senza le figlie l'aveva in un primo momento amareggiata. Quando, però all'indomani, proprio poche ore prima della partenza, le era giunto l'ultimo biglietto, aveva avuto un sospiro di sollievo. Se fossero venute con lei le figlie, l'incontro con Riario sarebbe stato, se non difficile, quanto meno pericoloso e, comunque, ben diverso da come lei sperava.

La carrozza traballava su di una strada sassosa e piena di curve, ed il viaggio non era senz'altro piacevole, se si esclude la splendida visione del bosco, nel quale gli improvvisi squarci di sole fra i rami e nelle radure, davano ai passeggeri un senso di fresca serenità.

Le venne in mente uno dei madrigali di Riario:

Fresche sono, fra gli ombrosi rami
le luci incostanti della foresta.
Anch'io son così? Se penso che tu m'ami
muoio di gioia, se no... dolor mi resta.

Invidio la solitudine del mattino
nelle cui calde braccia amo affondare;
inutile è il goderne se non ti son vicino.
Offrimi solo questo: a me devi pensare!

Oh, sì lo pensava e come. Ma chi era? Più si avvicinava il momento di conoscerlo e più l'ansia in lei aumentava, tanto che credeva veramente di non reggere più all'attesa. Sarebbe stato già là ad aspettarla? L'avrebbe raggiunta la sera stessa? O l'indomani? O quando?

Ma Pellegrina non ebbe mai risposta alle sue domande. Nel momento stesso in cui per l'ennesima volta se le poneva, i cavalli diedero uno scarto improvviso, la carrozza traballò più volte, poi sembrò quasi fermarsi...

10. L’estremo saluto di Riario

Il cavaliere giunse a tarda sera sul limite estremo della palude in cui era affondata la carrozza di Pellegrina e lì si fermò scendendo da cavallo.

Aveva saputo della tragedia il giorno dopo, quando la notizia si era sparsa per tutta Bologna, e dopo pochi minuti, il tempo per far sellare il cavallo, già galoppava per la strada che portava a Bagnara, spronando l'animale fino a farlo quasi completamente sfinire.

Il cavaliere si tolse il cappello, congiunse le mani al petto, chinò il capo e mormorò una preghiera.

Poi estrasse un foglietto di carta e con un carboncino scrisse:

Finisce così questo mio diario.
Le poesie che vergai giorno per giorno
amorosamente col nome di Riario,
muoiono oggi e non faran ritorno.

Io ti giurai di dirti chi mai fossi...
Non tradisco la parola data, Pellegrina:
io son Flaminio dai capelli rossi...
Ora lo sai, ma non mi sei vicina.

Flaminio Malvezzi appallottolò il foglio ad un sasso e lo lanciò nell'acqua densa e fangosa. Il tonfo ruppe il silenzio della sera e il sasso affondò lentamente verso il fondo della palude, tomba eterna e irraggiungibile della sua amante.

E cosi solo da morta Pellegrina conobbe il nome di colui che tanto amò, senza sapere mai chi fosse.

Flaminio si inginocchiò: raccolse un narciso che spuntava sul limitar della mota e l'avvicinò alla bocca sfiorandolo; poi lo ripose delicatamente nel corsetto, all'altezza del cuore.

Risalì a cavallo, stette ancora un attimo a guardare la palude su cui si rispecchiava l'immagine opaca di una luna triste e semioffuscata da nuvole grigie, poi spronò l'animale, lasciando per sempre Pellegrina.

11. Il mistero si svela

lì giorno prima, mentre Pellegrina viaggiava verso la palude di Bagnara e verso ciò che si sarebbe compiuto di lì a poco, il Conte Ulisse Bentivoglio era nel suo studiolo privato e stava passando ad uno ad uno ai figli, i biglietti con le poesie di Riario.

Le aveva trovate alcuni giorni prima in un cassetto segreto della cassa-panca di Pellegrina.

Tutti stavano in silenzio; solo Alessandro, man mano che finiva di leggere una poesia, usciva con scandalizzati commenti;

«E una vergogna... Come si possono scusare simili fatti... Questo è troppo!... Non è possibile!»

«È inutile continuare in questa vergognosa lettura - disse il Conte raccogliendo i biglietti - Bruciali, Alessandro, solo la fiamma potrà cancellare le testimonianze del nostro disonore.»

«Che persona infida, però, quel Flaminio Malvezzi - disse Francesco scorrendo ad uno ad uno i fogli che ancora gli erano rimasti in mano - Firmare tutte queste oscure oscenità con uno pseudonimo, ma comporre il suo vero nome su ognuna di esse, con le lettere iniziali dei versi. Al primo la lettera F, al secondo L e, via via, A, M, I, N, I, e O. Non so se giudicare questo malsano acrostico puerile o demoniaco.»

«L'importante è che solo noi ne siamo a conoscenza. - lo interruppe il Conte - Per il resto a quest'ora tutto sarà compiuto.»

Nota 6

La conclusione del “giallo e coerente con quella reale della storia di Pellegrina e non costituisce “invenzione dell’autore”

«Sì padre! (nota 6) Aspetto da un momento all'altro il ritorno dei miei uomini. Sono fidati e avranno eseguito alla perfezione gli ordini che ho dato per giustiziare nostra madre, farne scomparire il corpo e non lasciar vivo alcun testimone. Ho previsto l'agguato alla palude di Bagnara e lì si compirà il destino di colei che ci generò, ma che disonorandoci ci ha disconosciuti come figli.»

«E Flaminio Malvezzi - chiese Giorgio - che di tale disonore è stato il maggiore artefice, che fine dovrà fare?»

«Morta Pellegrina - sentenziò Ulisse - e bruciate le sue poesie, Flaminio non è più nessuno per noi e se qualche cosa trapelerà (difficile cancellare ogni traccia di scandalo), si parlerà di un capriccio di vostra madre per un tale che si chiamava Riario. Nulla più!»

Mentre i figli riverivano il padre e uscivano, nel caminetto i madrigali di Flaminio diventavano cenere...

  Fiamme struggenti il nostro amore

  Lambiscono nel rogo dell'incomprensione.

  Arderanno così d'indicibile dolore

  Momenti pieni di mirabile emozione.

  Inutile tentar di spegner quel fuoco.

  Nulla potrà fermarlo, solo la morte.

  I1 tempo della vita è molto poco...

  O troppo? Deciderlo potrà solo la sorte.

FINE