Sandro Samoggia
SFIDA A TAROCCHI

 

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Capitolo 6

Il Diavolo

 

 

È la più lunga galleria pedonale del mondo: 3.500 metri di porticato, metà dei quali distesi in pianura pressoché in rettilineo, e l’altra metà zigzaganti in salita su per il colle della Guardia. È il portico di San Luca, un tangibile atto di fede dei bolognesi, di tutti i bolognesi, che fra il ’600 e il ’700, contribuirono spontaneamente alla sua costruzione, per meglio onorare, venerare e proteggere la loro Madonnina. E al termine del portico, quasi come proiezione architettonica dalla cima del colle verso il cielo, la grande basilica che ha l’unico scopo di conservare l’antica, sacra immagine della Madonna col Bambino.

san luca portico
Il Portico di san luca nel tratto in salita

Da quasi un millennio, insomma, i pellegrini ed i fedeli si inerpicano per salutare la loro Signora e richiederle quelle grazie impossibili da ottenere in altro modo.

Madonna 1
Madonna di S. Luca

Era così anche per la donna che stava salendo quella mattina a San Luca come faceva tutti i martedì mattina. Lei non aveva grazie da chiedere, aveva solo un voto da compiere e che aveva promesso alla Madonna sei anni prima, quando il figlio si era salvato da una grave malattia. Sì, i medici erano stati fondamentali per la guarigione, le medicine essenziali e le cure importantissime, ma la diagnosi iniziale certificava l’incurabilità del male e l’inevitabile morte del figlio entro pochi mesi. E allora era andata a San Luca e si era inginocchiata davanti all’immagine della Madonna; vide quel viso dolcissimo di madre che la guardava e intuì subito, prima ancora di chiedere, che il figlio si sarebbe salvato.

E così fu.

Da sei anni la donna saliva nuovamente sul colle, entrava nella basilica, si sedeva dietro l’altar maggiore dove la Madonna è esposta, e mentre la ringraziava ancora per l’antica intercessione, godeva anche di nuovi momenti di serenità che la contemplazione di quella sacra immagine riusciva sempre a dare alla sua esistenza.

Per salire a San Luca, contrariamente a quanto fanno tutti, la donna non percorreva quasi mai il portico, ma preferiva camminare fuori di esso, lungo il ciglio della strada, perché non amava fare le scale e di tratti del portico con gradini spesso scomodi ce ne sono tanti dall’arco del Meloncello alla Basilica. Inoltre lei gradiva moltissimo respirare l’aria aperta di quel verde colle, e camminando, ammirare da un lato il panorama della città là in basso e dall’altro, la bellezza del lungo, rosato susseguirsi degli archi e dei loro ripetuti chiaroscuri fra colonna e colonna.

Come sempre, affaticata ma felice, era giunta alla cima del colle, là dove il portico s’allontana lentamente dalla strada con un rialzo sempre più accentuato. Stava per entrare nel sagrato basso della Chiesa per attraversare l’ampio piazzale ed entrare nell’“abbraccio” dei due alti colonnati che si dipartono dalla sua facciata, quando sul ciglio della strada, disteso e appoggiato fra la carreggiata ed il rialzo del portico, all’altezza proprio dell’ultimo arco, vide un corpo inanimato con la faccia completamente chiusa in un sacco. La donna gridò, uno dei venditori di ninnoli sacri che aveva il suo banchetto lì vicino la sentì e corse a vedere che succedeva.

Dopo una ventina di minuti dal momento che furono chiamati giunse a sirena spiegata, una pattuglia dei carabinieri.

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Erano passati appena tre giorni dall’omicidio del chirurgo e Susanna stava per l’ennesima volta vagliando i rapporti delle varie indagini, contenuti in cartelle voluminosissime, sulle cui copertine era stato scritto con un grosso pennarello nero: “Tarocchi 01 – Caso Gelosi”, “Tarocchi 02 – Caso Morini”, “Tarocchi 03 – Caso Ortelli”, “Tarocchi 04 – Caso  Legacci”.

Ripensava a quanto era stato fatto ed ai risultati decisamente negativi ottenuti dalle indagini. Dopo ogni ritrovamento di cadavere, erano state inviate diverse pattuglie investigative sui tratti di strada presumibilmente percorsi dalle vittime prima di essere uccise, per trovarvi una qualche traccia ed individuare almeno dove esattamente gli omicidi erano stati commessi. Per Antonio Gelosi gli investigatori aveva percorso in lungo e in largo via Belle arti, via delle Moline, via Rivareno, via Marconi e via del Porto fino all’abitazione della vittima. Ma non era stato rinvenuto alcunché. D’altra parte la zona era molto ampia e le strade che la vittima avrebbe potuto percorrere dal Cinema Odeon a casa offrivano numerose alternative di percorso. Le ricerche riferite ad Ivano Morini, quelle che avevano più possibilità di portare a degli sviluppi d’indagine, erano anch’esse risultate del tutto inutili, nonostante che il brevissimo tragitto compiuto dal bar di ritrovo a casa sua avrebbe dovuto comportare agevolmente l’individuazione del punto esatto in cui era stato commesso l’omicidio. Per il chirurgo Soverino Legacci, invece, il posto dell’omicidio era accanto a quello del ritrovamento del cadavere: la strisciata di sangue dalla porta del suo ufficio al centro del corridoio non lasciava dubbi.

Molto più interessante e conclusiva risultò l’indagine sugli spostamenti del commesso Maurizio Ortelli che aveva infatti una strana passione: quella di fotografare Bologna di notte. Quasi tutte le sere, prima dell’imbrunire, quando il tempo ed il lavoro glielo permettevano, lui si aggirava per il centro storico a scattare decine di immagini che raccoglieva poi a casa, sviluppandosele e catalogandole in album che aveva tutti ben disposti in un’apposita libreria. Quando il suo corpo fu ritrovato sotto il Portico della Morte, Ortelli aveva ancora la macchina fotografica al collo e dallo sviluppo delle foto scattate si poté ripercorrere il tragitto da lui compiuto la sera in cui era stato assassinato. L’ultima immagine si riferiva a via Sant’Alò ed, in particolare, alla Torre Prendiparte che si erge sullo sfondo coi suoi 59 metri e passa e con la sua bella risega di quatto punte per lato, che la rendono unica nel suo genere. O era stato ucciso lì, da dove aveva fotografato la torre, oppure nei pressi, mentre si avviava altrove per scattare nuove foto. Via Sant’Alò fu attentamente ispezionata dalla scientifica ed in effetti fu rintracciato il punto esatto dell’omicidio, ch’era proprio dove l’immagine era stata scattata. Furono rilevate alcune tracce del suo sangue, ma nulla più.

Susanna fu interrotta nel suo esame di rapporti dallo squillo del telefono. Prese immediatamente in mano la cornetta:

«Maresciallo Simoni, ai suoi ordini!»

Come già le era capitato nei precedenti casi, ascoltò quasi in silenzio ciò che le veniva riferito dall’altra parte della linea, prendendo appunti su di un notes che aveva sempre a disposizione sulla scrivania.

«Vengo subito!»

Prima di avviarsi, però, estrasse dalla pratica “Tarocchi” la relazione di suo padre. L’aveva ribattuta a computer appena giunta in ufficio per farne delle copie e distribuirle nel pomeriggio alla commissione inquirente che si sarebbe dovuta riunire alle sedici. Sfogliò le pagine della relazione per una conferma di ciò che sapeva benissimo.

 “TRIONFO 14 – IL DIAVOLO”

Varie le interpretazioni che si possono dare:

Palazzo Amorini bello   Testa 5
Palazzo Amorini e la “testa” del Diavolo

Palazzo Amorini Salina, in via Santo Stefano: fra i mascheroni inquadrati dagli archi di portico e dalle finestre, c’è anche un bel demone, opera quattrocentesca forse del Lombardi o, addirittura di Properzia de’ Rossi.

Palazzo Tartagni in Strada Maggiore, angolo piazza Aldrovandi: anch’esso annovera a ornamento delle sei chiavi di volta del portico, altrettanti mascheroni dall’aspetto satanico e spaventoso

Portico di San Luca: i suoi archi sono 666, numero con il quale si identifica universalmente Satana, ovvero il n. 14 dei tarocchi

Palazzi Tartagni 1   image014
Palazzo Tartagni e una delle sue maschere demoniache

Fra i tre siti individuati (ma Bologna è piena di immagini demoniache sia all’esterno che all’interno degli edifici), quello preferibile è il Portico di San Luca, sia per l’esoterico significato che si dà ai 666 archi, sia per la lunghezza che agevola la possibilità dell’assassino di posizionare non visto il corpo della vittima in un punto qualsiasi del lungo percorso.

Susanna guardò gli appunti presi durante la telefonata: il morto trovato ai piedi dell’ultimo arco del portico di San Luca – il seicentosessantaseiesimo! – si chiamava Sandro Tanari, ovvero SAndro TANAri, SATANA, il trionfo n. 14, “il Diavolo.

Una vigilanza al portico era stata istituita fin dal giorno prima e con una pattuglia motorizzata, ma era chiaro che il compito sarebbe stato pressoché impossibile; riguardando un tratto di strada che dall’Arco Monti di Porta Saragozza è lungo ben tre chilometri e mezzo. Era sufficiente che l’assassino aspettasse il passaggio della sorveglianza dove avrebbe voluto deporre il cadavere per aver poi tutto il tempo per farlo in piena tranquillità.

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Anche Stefano Silvani, a casa, seppe del nuovo omicidio guardando la televisione, ma non si scompose più di tanto, né ritenne opportuno telefonare alla figlia, la quale certamente aveva già collegato il nome del nuovo assassinato al trionfo n. 14.

Il cerchio si stringeva, ma poi non più di tanto. Le carte giocate dal suo ignoto avversario erano state otto: Angelo, Morte, Sole, Diavolo e i Quattro Moretti. Rimanevano in gioco quattordici trionfi ancora: Matto; Begatto (o Bègato o Begatello); Amanti (o Amore); Carro; Fonte (o Temperanza); Giustizia; Forza; Ruota della Fortuna; Eremita; Appeso per i piedi; Torre; Stella; Luna; Mondo. Nella relazione che aveva presentato agli inquirenti, lui ne aveva individuati dodici, perché per due di essi, la Luna e l’Appeso, non gli era rinvenuto nulla che a Bologna potesse riprodurre in qualche modo quelle immagini e quei significati. Eppure dovevano esserci, perché l’assassino si era preparato a lungo il proprio piano e li aveva certamente già individuati. Comunque, fino ad ora il pensiero dell’assassino coincideva col suo ed il portico di San Luca lo aveva dimostrato. Ma gli altri? Quale di queste carte avrebbe giocato, quel pazzo? Dove l’avrebbe giocata? E quale nome avrebbe avuto la prossima vittima?

Squillo il telefono. Era Susanna.

«Ho appena concluso la conferenza stampa nella quale ho reso noto lo stato delle indagini e ho distribuito il comunicato in cui si chiarisce il collegamento fra i nomi delle vittime il luogo dei ritrovamenti dei corpi e i tarocchi. È successo il finimondo! Mi sarei aspettata decine e decine di domande, ma i giornalisti sono usciti di corsa per rientrare immediatamente in redazione. Già adesso i primi notiziari di radio e televisione stanno divulgando e dando i primi commenti al comunicato.»

 

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